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ombreggiato da pru alle 21:12 di 06/06/2008
mia nonna mi ha lasciato un'eredità e non lo sapevo.
credevo che di lei mi fossero state tramandate le mani, che tutti mi dicono essere uguali alle sue, una certa somiglianza nel viso e nel carattere, e il nome (pesante fardello negli anni giovanili, gioiello di famiglia oggi).
ciò che più mi sbalordiva di mia nonna era la capacità di far crescere e fiorire qualsiasi tipo di pianta.
lei raccoglieva un paio di bacche ai giardini, le piantava, e ne ricavava siepi affollatissime. staccava un rametto da un rosaio, e ne nasceva un altro meglio di quello originale.
per mia nonna i fiori si innamoravano fra loro, e ne nascevano fiorellini con i colori mischiati, screziati.
mio padre ha raccolto l'arduo compito dopo mia nonna, aiutato da mia madre. a mio padre piacciono le cose strambe, quindi oltre alla tradizione delle rose, che mia nonna amava quanto i figli e poco meno dei nipoti, ha sperimentato il Dono con zucche ornamentali e alberi che danno pesche, albicocche e papaya (tipo) dallo stesso unico tronco. e ogni volta che torno a trovarli, dopo aver salutato loro e micè, devo fare il consueto giro per il giardino in cui mio padre mi mostra e fa salutare i nuovi fiori.
ho sviluppato così una certa simpatia nei confronti di ciò che cresce e fiorisce dalla terra.
una simpatia non contraccambiata.
non riesco neanche a far sopravvivere l'erba gatta.
ho l'abitudine di adottare piantine spelacchiate nei supermercati. vedo questi vasetti di rose lillipuziane (così si chiamano), e le prendo con me.
ne ho sterminate a decine, in realtà, e non solo rose. ricordo ancora il povero geranio Gervaso, che venne a stare da me quando mi trasferii a Ferrara. un geranio alto circa un metro, florido e spavaldo. ne restituii ai miei le spoglie mortali ridotte a due rametti secchi secchi con un'ultima foglia verde.
per gli animi più sensibili ci tengo a precisare che i miei riuscirono a resuscitarlo e tuttora Gervaso gode di ottima salute in terra trentina.
giusto da bambina ero riuscita a far crescere una piantina di menta rubata dal giardino della mia scuola elementare. invase buona parte del balcone. ma forse mia nonna la curava di nascosto, ho sempre sospettato.
pensavo quindi che il Dono, questo piccolo miracolo che mia nonna prima e mio padre poi sono sempre riusciti a compiere, non mi riguardasse.
in questi giorni mi sto convincendo del contrario.
stavo vedendo spegnersi piano piano l'ennensima rosa lillipuziana, quando mio padre mi ha regalato alcuni dei segreti di famiglia per far prosperare le rose.
li ho messi in pratica, con un certo scetticismo, su questa povera pianta ridotta a una decina di foglie secche e tre fiorellini incartapecoriti.
da una settimana è tutta un generarsi di germogli e una rosa, l'unica superstite, è sempre lì, che sembra quasi finta, ma lo giuro, è vera.
forse ho davvero le mani di mia nonna, pollice verde compreso.
credevo di essere in grado solo di essiccare egregiamente, rendendoli eterni e immutabili ma sterili, fiori di ogni tipo.
scopro, ora che sono (forse) diventata grande, di saper anche farli crescere.
e mi rendo conto che non vale solo per le piante.
c'è chi è destinato a seguire il vento del Nord quando comincia a soffiare, e chi a stabilirsi in un posto e farvi crescere rose.
ombreggiato da pru alle 21:33 di 29/04/2008
Tu proverai sì come sa di sale
lo pane altrui, e come è duro calle
lo scendere e 'l salir per l'altrui scale
il sapore del pane è forse l'unica cosa che mi manchi della puglia.
a tutto il resto non ho fatto in tempo ad abituarmi, nella manciata di anni che ci ho vissuto. per fortuna, aggiungerei.
non è cattiveria gratuita, ma frutto delle lunghe conversazioni srotolate per quei settecento chilometri nelle otto e più ore del viaggio di andata (terminate con l'arrivo alle 4 del mattino, celebrato dalle foto sulle murge al chiar di luna, e un freddo alpestre). semplificando, quell’assaggio di vita mi ha preparata al relativismo. così, di ogni terra in cui ho vissuto, ho potuto scegliere cosa prendere e cosa no. Simone dice che di pugliese non ho nulla, se non qualcosa nell’anima, un amore per le cose semplici e per la musica che viene dalla terra.
settecento chilometri di parole in un viaggio per festeggiare i sessant'anni di matrimonio dei nonni.
in puglia c'è un vero e proprio culto per la sorpresa. tutto deve sorprendere. ti metti a tavola e chiedi "cosa c'è per pranzo?" "mah, avanzi" e poi tirano fuori la più incredibile teglia di pasta al forno mai vista.
ecco, il ramo pugliese di questa famiglia funziona così.
sicché ai nonni è stato taciuto del nostro arrivo fino a quando, sulla strada per la chiesa, non ci hanno fatti sbucare da un angolo con un enorme fascio di rose. nonni commossi, parenti entusiasti per la sorpresa riuscita.
sono stati tre giorni pieni, pienissimi, come noi alla fine di ogni pasto.
giorni pieni di foto alle gravine, ai nonni ballerini, alle grotte di castellana (viste tre volte in vita mia: alla mia nascita ma dall'ospedale, in occasione dell'acquisto dell’abito della mia prima comunione, e oggi, sposata con al seguito genitori, zii e cuginetta undicenne adoratrice di hannah montana e dello shopping. "cosa vuoi fare da grande?" "la teen-ager" la sua risposta. ma la adoro, e non posso farci niente.)
il mio parentado lo assaporo così, sporadici bagni di folla. ho così tanti parenti che alcuni li ho conosciuti in questa occasione. ho così tanti parenti che per parlare di tutti loro dovrei aprire un altro blog.
ma, che lo dico a fare, sono stata bene. benissimo. e non dimenticherò mai la felicità del nonno mentre mostrava a Simone le enormi cantine di tufo della sua casa, spiegandogli a cosa serviva ogni vasca e ogni pertugio. mai visto sorridere così tanto da quando lo conosco. il nonno, intendo.
la puglia è bella di questi tempi. il grano ondeggia verde, e sulla strada del ritorno sembrava rincorrerci e salutarci, come nei vecchi film. i muretti di pietra non sono troppo diversi da quelli irlandesi, ma sono somiglianze che avevamo notato già due anni fa, prima ancora di vederla, l’Irlanda.
la puglia è quel che non ho mai avuto. e quindi voluto.
o forse viceversa.
ma ogni volta che ci vado ho una rosa da portare. a una donna col mio nome, che sorride come ha sempre sorriso, e che mi mancherà sempre.



(In realtà mancano in questo resoconto le faide familiari, gli incontri dopo quindici anni, gli zii affettuosi e quelli scherzosi, i mille –nove, in realtà- cugini, i ragazzetti che ballavano in modo imbarazzante ignobili balli di gruppo e latino-americani, ma per alcune di queste cose ci sarà tempo, per le altre non ne vale la pena).
ombreggiato da pru alle 22:18 di 21/03/2008
dice che sono uguale a mio padre. che sono di lui figlia.
come se non fossi figlia anche sua.
come fosse una colpa.
che sono tutta mia nonna.
che sono tutta mia zia.
che invece mio fratello e lei sì che sono uguali.
mai passato per la testa che io possa essere semplicemente io. che possa aver scelto di essere quel che sono non per gruppo sanguigno e per cognome (inutile il mio ripeterle che, se proprio questo dev'essere il punto, io ora porto anche il cognome di mio marito).
che possa non interessarmi essere uguale a qualcuno.
che queste lotte di cognome non mi riguardino.
che le parentele per me non valgano nulla, se non sono supportate da stima e affetto (più stima, però).
che, ahimé, le somiglio più di quanto lei non veda, e io non voglia
ombreggiato da pru alle 00:42 di 08/08/2007
vedere la propria casa prendere forma giorno dopo giorno stupisce sempre un po'.
quotidianità scandita da tappe alla casina per consegne di mobili e lavori vari ed eventuali (pochi. in realtà, da quando la nostra camera ospita letto e tv, passarci del tempo è diventato incredibilmente più interessante. malpensanti.. mi riferivo al fatto che ad esempio, oggi abbiamo guardato i vecchi VERI acchiappafantasmi e He-man. anche.)
ma non solo.
ci pensano anche le telefonate dei suoceri (i miei, che fremono all'idea di venire qui questo week-end e farci impazzire con le millecose da fare e i milleacquisti per la casa). in genere ne arrivano dalle tre al giorno in su.
il marito, sant'uomo, sopporta e va avanti.
quotidianità scandita, fino ad oggi, dalla lettura madrelingua delle ultime avventure del "Boy-Who-Lived".
ho terminato poc'anzi la lettura dell'ultimo libro (e ora che scrivo? della Rowling o di Harry Potter? quanto voglio smascherare la mia dipendenza da questo mago teen-ager?), insomma, di Harry Potter and the Deathly Hallows.
devo ancora metabolizzare, e per evitare qualsiasi spoiler ometterò di parlarne almeno fino a quando anche il marito non avrà voltato l'ultima pagina.
(non ho resistito e l'ho sorpassato spietatamente, ma ora che ho placato la fregola posso fingere autocontrollo e maturità.)
quotidianità accompagnata dalle note di una chitarra che suona sempre meglio, e che riempie testa e camera, deliziosamente.
(hai anche imparato il Fa e il barré. altro che maghi che salvano l'umanità. se non è magia questa..)
agosto era il mese più freddo dell'anno, in una canzone dolce e triste.
agosto è il mese più lento dell'anno. come un gatto che si stiracchia.
come tutti i piaceri della vita, che non possono essere divorati in fretta, ma vanno gustati lentamente e a occhi socchiusi.
e magari, quando li riapri, ne trovi altri due che ti fissano cusiosi e si avvicinano
e ti danno un testata
(ahi)
ma solo se hanno la coda.
altrimenti ti guardano curiosi, si avvicinano
e ti baciano il buongiorno.
chissà come sarà in quella camera da cui si vedono le nuvole.